VII ^ DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO A

vpc-5 Mt 5, 38-48

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle.
Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

Si può essere perfetti come il Padre che è nei cieli? Evidentemente no con le nostre forze e perché nessuno di noi è senza peccato su questa terra. Il Signore però ci invita ad esserlo, ad avere come riferimento per la nostra perfezione l’essere come Lui. Non tanto per essere come Lui, perché ciò è impossibile ma per avere in sé la tensione, il desiderio di esserlo. Tutto ciò che noi facciamo parte dai nostri desideri e dalle nostre intenzioni che ci permettono di poter realizzare e portare a compimento i progetti. Allora se nelle nostre intenzioni e nei nostri desideri è presente la volontà di essere perfetti come è perfetto il Padre, il Signore ci rende capaci di poterlo essere e ci dà anche delle indicazioni concrete per realizzare ciò. Essere perfetti come il Padre, infatti, è fare come fa Lui che non ama solo chi lo ama ma anche chi non lo ama, i suoi stessi nemici. Il Padre che è nei cieli tratta allo stesso modo tutti i suoi figli, anche se tra loro ci sono alcuni che lo bestemmiano, che lo deridono, che gli vanno contro, o che nemmeno credono in Lui. Allora se vogliamo essere perfetti come il Padre siamo chiamati ad amare tutte le persone con le quali, in qualche modo abbiamo a che fare. Non solo quelli che ci vogliono bene cosa alquanto normale e del resto è lo stesso Gesù che ci ricorda che tutti sono capaci di amare coloro da cui sono amati ed in ciò non c’è nulla di straordinario. Il cristiano, invece, è chiamato a vivere in modo straordinario, a realizzare qualcosa di straordinario perché è la sua stessa vita straordinaria. L’invito, allora, è di amare quelli che non ci amano, benedire quelli che ci maledicono, aiutare coloro che ci ostacolano. Siamo cioè chiamati ad andare oltre quelle leggi che il senso comune, che le leggi naturali e del mondo prevedono. Siamo chiamati dunque ad andare verso un orizzonte più grande, perché il cristiano è una persona che va oltre, ovviamente in senso positivo. Allora si può amare chi ti fa del male? A livello di principio sì ma concretamente è molto difficile, anzi impossibile se non con il solo aiuto di Dio. Si può dare senza attendere il contraccambio, si può agire non in linea con il consueto modo di sentire? Si è possibile farlo ma solo se abbiamo la grazia di Dio e se siamo in grazia di Dio. Se il Signore ci concede la sua grazia abbiamo la capacità di poter realizzare e fare tutto ciò, anche quelle cose che umanamente possono sembrarci impossibili. Tutto deve partire, però, dal desiderio del nostro cuore di volere essere perfetti come il Padre che è nei cieli perché se nel nostro cuore non è presente questo desiderio e questa volontà, neanche con la grazia di Dio è possibile realizzare alcunché di ciò che il Signore ci chiede.

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VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO A

xxvi-2Mt 5, 17-37

[In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:] «Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà dalla legge neppure un iota o un segno, senza che tutto sia compiuto. 
Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. 
Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli. Poiché [io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. 
Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non uccidere”; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio.] Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna. 
Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e và prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono. 
Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei per via con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia e tu venga gettato in prigione. In verità ti dico: non uscirai di là finché tu non abbia pagato fino all’ultimo spicciolo! 
[Avete inteso che fu detto: “Non commettere adulterio”; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore.] 
Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, càvalo e gettalo via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geenna. E se la tua mano destra ti è occasione di scandalo, tàgliala e gettala via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geenna. 
Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto di ripudio”; ma io vi dico: chiunque ripudia sua moglie, eccetto il caso di concubinato, la espone all’adulterio e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.
[Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non spergiurare, ma adempi con il Signore i tuoi giuramenti; ma io vi dico: non giurate affatto]: né per il cielo, perché è il trono di Dio; né per la terra, perché è lo sgabello per i suoi piedi; né per Gerusalemme, perché è la città del gran re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. [Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno».] 

Il Signore in questo brano di Vangelo vuole essere chiaro in modo definitivo in un aspetto e cioè che la sua predicazione, il suo insegnamento non ammorbidisce la Legge o la parola dei Profeti, ciò che Dio Padre ha voluto comunicarci nell’Antico Testamento. E questo perché c’è chi, dagli insegnamenti e dalla parola di Gesù, potrebbe interpretare in maniera lassa i comandamenti vetero-testamentari. Allora il Signore chiarisce in maniera esplicita e forte, facendo alcuni esempi, che lui non è venuto ad abolire alcunché dell’Antico Testamento ma di annullare quanto di umano si è aggiunto in esso alla Legge divina. Tutti i precetti che nei secoli i vari studiosi della Torah avevano stabilito come interpretazione della Legge di Dio; infatti il Signore Gesù è più esigente della Legge stessa e lo dice chiaramente quando chiede di avere una giustizia che supera quella dei farisei. Non si deve solo uccidere una persona ma non la si deve neppure offendere o etichettare in alcuna maniera; non devi fare adulterio ma non devi neanche pensare di farlo. Non deve ripudiare una donna neanche nelle condizioni in cui aveva pensato Mosè ma non va ripudiata in assoluto se non in caso di unione illegittima. Il Signore cosi ci sta facendo comprendere che il suo messaggio evangelico è più esigente rispetto a qualunque altra legge o messaggio dei profeti dell’Antico Testamento; nello stesso tempo è più liberante perché permette una vita più autentica, più serena, più gioiosa e più giusta. Il messaggio di Gesù serve a liberare da qualsiasi dubbio o scappatoia che qualcuno potesse usare a partire dai precedenti discorsi che Gesù ha pronunciato lungo le strade di Galilea. Questo vale anche per noi, oggi, dove molto spesso sentiamo di partire dall’unico comandamento di «amare Dio e amare il prossimo» e pensiamo di sostituire i Dieci Comandamenti. Gesù non li ha sostituiti ma semplicemente li ha ampliati: amare Dio e amare il prossimo significa rispettare i Comandamenti ma non solo andare ancora oltre. Il rischio è di fraintendere la parola di Gesù come ammorbidita e meno esigente rispetto a quanto ci è stato insegnato dall’Antico Testamento, in particolare riguardo ai Dieci Comandamenti. Nulla è cambiato ma tutto e trasformato e completato con la venuta del Signore che, anzi, ci chiede una maggiore consapevolezza che la Sacra Scrittura è sempre tale, non è cambiata dalla sua parola e non cambierà mai. Noi siamo chiamati a rispettare i precetti, le regole e i comandamenti perché essi sono sempre validi per guadagnarci il paradiso e Gesù non ne ha abolito neppure uno.

 

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IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO A

vpb-3Mt 5,1-12a
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

Proviamo ad immaginare la scena: il Signore si siede e dall’alto vede tutta questa massa di gente, ne prova compassione e ai suoi apostoli che gli stanno attorno comincia a parlare delle beatitudini di questo popolo, di questa famiglia: beati i miti, beati i poveri di spirito, beati i perseguitati, beati gli assetati di giustizia. Gesù prova compassione per il suo gregge, per i suoi: sa che soffrono, che subiscono ingiustizia, sa che in questo mondo ne subiranno di situazioni negative ma li esorta e li consola proclamandoli beati. Ora forse non comprendono, non riescono a vedere ciò che di straordinario accadrà nella loro vita per questo dice loro di essere beati.

E poi continuando a immaginare sempre questa scena: gli apostoli che ascoltano la beatitudine di questo popolo poi si sentono rivolgere personalmente il beati voi. Beati voi perché vi perseguiteranno, vi metteranno a morte, vi prenderanno in giro, vi isoleranno, vi emargineranno, sarete etichettati come bigotti, come antiquati e medioevali, considerati come gente che crede non alla scienza ma a queste realtà strane cioè all’aldilà, a Dio, insomma a tutte queste favole. Beati voi, sì beati voi perché avrete una ricompensa enorme. Il Signore vede e conosce quello che accadrà e ci vuole sostenere e consolare; vuole aiutarci a comprendere che, pur attraversando tutte le difficoltà, non si riuscirà ad immaginare le realtà belle e grandi che ne conseguiranno. Se noi consideriamo alcune figure che hanno subìto quanto il Signore ha annunciato, oggi li esaltiamo come grandi santi. Pensiamo ai santi del mondo comunista che sono stati perseguitati, come lo stesso Giovanni Paolo II; persone che hanno subìto forti violenze e che oggi ricevono lodi e onori. Figure come Tommaso More perseguitato e ucciso per servire la verità e la giustizia che, dopo cinquecento anni, ancora viene ricordato; oppure altri che sono stati considerati in questa vita come persone sfortunate il cui ricordo, però, rimane indelebile.

Spesso nelle tristezze, nelle preoccupazione, nelle sofferenze di questo mondo noi forse non riusciamo a vedere questa beatitudine; forse nemmeno ci crediamo ma è una parola che esiste ed è vera perché detta dal Signore: saremo beati. Se ci consideriamo cristiani, se siamo suoi discepoli dobbiamo credere a queste parole di Gesù che lui ha proclamato e che l’Evangelista ci ha tramandato trasmesse dalla Chiesa. Beati, beati noi se cerchiamo di vivere con tutte le afflizioni di questo mondo, quale conseguenza del male, il Signore ci rivela che ne avremo grandi vantaggi. Certamente possiamo chiedere al Signore di essere alleviati dalle sofferenze e dalle situazioni drammatiche; lo possiamo e lo dobbiamo chiedere perché se sta nel disegno di Dio a beneficio della nostra anima il Signore ce lo concederà. Viceversa non ce lo concederà se non è a beneficio del nostro vero bene spirituale ma in ogni caso abbiamo la garanzia della beatitudine nella vita eterna.

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III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO A

vtoc-2 Mt 4, 12-23
Q
uando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa:

«Terra di Zàbulon e terra di Nèftali,
sulla via del mare, oltre il Giordano,
Galilea delle genti!
Il popolo che abitava nelle tenebre
vide una grande luce,
per quelli che abitavano in regione e ombra di morte
una luce è sorta».
Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».
Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono.
Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.
Nel Vangelo di questa Domenica, che è considerato un brano vocazionale di speciale consacrazione, tuttavia possiamo ritrovarci la chiamata rivolta a tutti a seguire il Signore, anche se non con la stessa radicalità della consacrazione. La chiamata del Signore conduce gli apostoli, come ci narra l’evangelista Matteo, ad una scelta immediata: lasciano alcuni la rete, altri la barca e il padre e seguono Gesù. La risposta alla chiamata è immediata ed è in quello che lasciano che vorrei soffermarmi. Di fatto le cose che lasciano rappresentano tutti quegli ambiti a cui un essere umano può essere legato e che possono diventare ostacoli per diventare autentici cristiani o buon sacerdote, buon consacrato. Pietro e Andrea lasciano le reti, queste rappresentano non solo i mezzi per la sopravvivenza, per guadagnarsi di che vivere, ma anche tutte quelle doti e capacità umane e professionali che possono dare un ruolo nella vita. Gli altri due fratelli, Giacomo e Giovanni stavano riparando le reti in barca, questi lasciano il padre e la barca. Da una parte rappresentano gli affetti terreni, familiari, dall’altra la barca sono i beni materiali, tutto ciò che possiamo avere di beni. L’essere chiamati ad essere cristiani, o consacrati, richiede di essere liberi da qualsiasi tipo di legame, di catena che ci lega. Possa essere un affetto familiare, un bene materiale o i nostri stessi idoli, cioè le nostre competenze a cui siamo profondamente attaccati e che possiamo fare fatica a rinunciare. Essere cristiano significa decidersi per una sequela radicale perché prima di tutto c’è il Signore, Dio. In un altro passo del Vangelo Gesù dirà che chi ama più di lui il padre, la madre, i fratelli, etc. non è degno di lui. Prima di tutto c’è l’amore verso Dio e per essere cristiani il Signore ci chiede una libertà da tutto. In realtà poi il Signore ci ridà il centuplo, ci restituisce come dice in un altro passo: chi lascia tutto per lui già su questa terra riceve tutto centuplicato. Restituisce con maggiore sovrabbondanza, ma con un senso profondo di libertà da tutto ciò che ci viene ridonato. L’essere cristiani è una scelta anche educativa e formativa perché ci aiuta a non avere alcun tipo di legame su questa terra con niente e con nessuno. Ci educa alla libertà da tutto ciò che noi in realtà continuiamo ad avere. È un aiuto che il Signore ci dà nell’avere  una vita libera, senza vincoli, senza legami o catene. Alla fine ciò che può apparire una cosa molto dura da fare, il lasciare tutto, in realtà è una libertà che ci viene donata e che ci permette di vivere in pienezza la nostra vita già su questa terra. Potremo avere in abbondanza dei beni ma li useremo in maniera libera e non vincolante. Questa Domenica ci aiuta dunque a considerare questa chiamata esigente nel seguire il Signore e  che ci interpella a liberarci da tutte le schiavitù per essere e vivere liberi e con più gioia la vita su questa terra

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II^ DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO A

iiitn-2 Gv 1, 29-34

In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele».
Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio». 

Giovanni Battista indica con certezza il Signore ai suoi discepoli e lo indica per invitarli a seguire non più lui ma Gesù, che è la fonte, la sorgente vera della vita. Questa è la missione che hanno tutti quanti gli evangelizzatori, i quali non devono legare a sé le persone ma condurle al Signore, a Gesù.

Giovanni per bene due volte ci fa sapere che non conosceva Gesù pur avendo iniziato a profetizzare nel deserto e a battezzare sollecitato dallo Spirito. Solo successivamente l’avrebbe conosciuto e incontrato; infatti afferma di essere venuto a battezzare affinché il Signore fosse manifestato ad Israele, e quindi anche a lui. La missione di Giovanni è un compito di evangelizzazione e nello stesso tempo di incontro con il Signore, in quanto non lo conosceva personalmente ma sulla fiducia di una parola ricevuta aveva preparato la strada per la venuta di Gesù.

Questo può accadere per molti evangelizzatori i quali non conoscendo personalmente Gesù, hanno sentito la spinta interiore a fare qualcosa per il regno di Dio, per il Signore; eppure non hanno avuto un incontro diretto con il Signore. Giovanni ce lo dice chiaramente: «io non lo conoscevo ma proprio colui che mi aveva inviato a battezzare nell’acqua mi disse: colui nel quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è lui che battezza nello Spirito santo». Come in effetti è avvenuto. Infatti, quando Gesù si è recato al Giordano a battezzarsi, Giovanni ha visto lo Spirito scendere sotto forma di colomba su di lui e ciò gli ha permesso di riconoscere Gesù. Allora comprendiamo come Giovanni ha svolto il suo compito pur senza avere una conoscenza diretta di Gesù; questa esperienza del Battista narrato dal vangelo è di consolazione per tutte quelle persone che desiderano vedere Gesù e incontrarlo, i quali pur lavorando per il suo regno ancora non hanno avuto la grazia di fare un’esperienza diretta come quella testimoniata da Giovanni Battista. Con tanta perseveranza e costanza continuare allora a lavorare per il Signore, ad essere operai della sua vigna anche se non si è incontrato in modo diretto il Signore mantenendo viva la speranza che prima o poi questo possa accadere e venga concesso a tutti quanti. Ovviamente non stiamo parlando di un incontro diretto, quasi fisico, ma di un’esperienza del Signore nel proprio cuore. Spesso la nostra conoscenza di lui è solo razionale, avviene solo con la mente in una dimensione intellettuale ma è solo la conoscenza profonda nel cuore che ci permette di fare esperienza di lui, in quanto ci porta non solo a conoscerlo ma anche ad amarlo.

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BATTESIMO del SIGNORE

  bgc-3Mt 3, 13-17
In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui.
Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare.
Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».

La reazione di Giovanni è comprensibile, probabilmente l’avremmo avuta anche noi, egli sapeva perfettamente chi fosse Gesù e sapeva bene che tipo di battesimo era il suo. Sperimenta il timore di Dio davanti al Signore, ossia il senso di indegnità, e chi di noi non avrebbe detto come Giovanni: non sono io che devo darti il battesimo. Il porsi in questo modo, però, nei confronti di Dio è un atto di disobbedienza perché dal momento che Giovanni conosceva Gesù a maggior ragione avrebbe dovuto acconsentire immediatamente, obbedire prontamente a quanto gli viene chiesto.

Questo per noi è consolante perché anche Giovanni, nonostante conoscesse perfettamente il Signore, in qualche maniera tende a disobbedire, non come rifiuto della volontà di Dio, ma a causa del senso di indegnità, per il timore che provava e dunque come eccesso d’amore. Rimane però in ogni caso una disobbedienza e ciò non va bene; infatti Gesù è costretto a spiegare che è necessario per adempiere il progetto di Dio, per compiere ogni giustizia divina, che egli sia battezzato da Giovanni. Il Battista, alle parole del Signore, subito accetta manifestando che la sua disobbedienza scaturiva, non dal non voler fare la volontà di Dio, ma semplicemente dal suo sentirsi indegno di battezzare Gesù. La conseguenza che ne scaturisce è l’epifania di Dio, nella manifestazione dello Spirito santo sotto forma di colomba e soprattutto nella voce che udranno tutti i presenti: «questi è il Figlio mio, l’eletto». Se il battesimo di Gesù non fosse avvenuto questa manifestazione grandiosa del Padre non si sarebbe realizzata così come non si sarebbe compiuto il senso del battesimo di Gesù cioè la testimonianza per tutti gli uomini dell’importanza del Battesimo. E se Gesù che, pur non avendo bisogno, si lascia battezzare possiamo comprendere l’importanza straordinaria che ha il battesimo per gli esseri umani, un dono che permette non solo di cancellare il peccato originale, di diventare re, profeti e sacerdoti ma addirittura ci rende figli adottivi di Dio. Una realtà così preziosa di cui spesso non ci rendiamo conto perché forse non comprendiamo cosa significhi, e come abbia una portata straordinaria e meravigliosa.

Il messaggio, dunque, che ci viene da questo Vangelo è che bisogna sempre obbedire al Signore anche se ci possano sembrare assurde le cose che ci vengono richieste o se ci sentiamo indegni dinanzi a ciò che dobbiamo fare.

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Gran Madre di Dio

vpb-1  Lc 2,16-21

In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro.
Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.
I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.
Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.

Del brano evangelico di questa Solennità voglio sottolineare la frase: «Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore». Innanzitutto «tutti quelli che udivano». Quanto viene narrato ci rivela che probabilmente insieme a Maria e a Giuseppe erano presenti altre persone. La nascita di questo bambino ha già portato del movimento attorno a lui; del resto è normale se pensiamo che ci troviamo a Bethlemme la città di Giuseppe, dove con molta probabilità lì vi sono tutti i suoi parenti, li anche loro per farsi censire, e che certamente avranno saputo della nascita di questo bambino. Noi abbiamo nel nostro immaginario la scena del bambino da solo con Maria e Giuseppe, questo forse solo nel momento del parto; ma sicuramente poi la voce si è diffusa e i familiari di Giuseppe saranno andati ad accoglierlo.

È interessante evidenziare questo perché al momento in cui arrivano i pastori e fanno l’annuncio della visione avuta degli angeli, questo annuncio non è fatto solo a Maria e a Giuseppe i quali, per altro, non ne avevano bisogno poiché già sapevano chi fosse Gesù. Tale annuncio vale per tutti coloro che erano presenti e ciò spiega perché Dio si è servito dell’apparizione e dell’annuncio degli angeli fatto a questi pastori perché fosse loro a dare testimonianza di questo bambino. Essi che sono dei perfetti sconosciuti e non Maria e Giuseppe, i quali essendo parenti potevano avere minore credibilità nei confronti degli altri presenti. Già fin dall’inizio della nascita di Gesù abbiamo che Dio stesso agisce evangelizzando, per così dire, nella famiglia di Giuseppe, nella casa di Davide. Certo rimangono tutti stupiti come è da immaginarsi, poiché nessuno è profeta nella sua casa come dirà Gesù in seguito, e magari non avranno creduto o saranno rimasti perplessi. Fra tutti però, ci fa sapere l’evangelista Luca, c’è Maria che «custodisce e medita nel suo cuore queste cose»; le custodisce come si fa con ciò che è prezioso e importante perché tutto ciò che riguarda Gesù, tutto ciò che riguarda Dio è realmente importante e va custodito come prezioso. E poi le meditava perché i pastori hanno riportato le parole degli angeli, i quali essendo messaggeri di Dio consegnano le parole stesse di Dio che vanno custodite e meditate; vanno tenute come un dono prezioso e ascoltate e approfondite più volte.

Allora due i messaggi per questa Solennità: l’azione immediata di Dio per rivelare la presenza del suo Figlio, del Messia che già da subito deve essere conosciuto per essere accolto e creduto; e poi l’importanza della parola di Dio che si rende presente attraverso la sua presenza come Verbo incarnato e come parola che si comunica che va custodita e meditata.

 

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Natale del Signore – Messa del Giorno

sfc-3Gv 1,1-5.9-14

In principio era il Verbo,

e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta.Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.

Per quanto possa esservi buio, per quanto le tenebre possano essere fitte, non potranno nulla contro una fiaccola accesa, contro una luce fosse pure piccola o flebile. Anzi la luce, qualsiasi intensità abbia, nelle tenebre è visibile anche a distanze abissali se non addirittura astronomiche. Basti pensare alle stelle del cielo che, nella notte, perfino le più lontane sono visibili; a volte questa luce arriva dopo millenni di anni e, nonostante la distanza, la luce non è soffocata dalle tenebre ma ci raggiunge anche se deve impiegare anni luce. Questo è l’insegnamento che ci giunge dall’astronomia e se la natura è il libro speciale che ci insegna che una luce naturale è visibile anche a distanza di anni, figuriamoci la luce soprannaturale di Cristo. È una luce che illumina ogni uomo, non solo nel buio delle tenebre, ma anche nelle ore del giorno; in qualunque contesto e situazione perché è una luce che dà vita. Quando noi vediamo un oggetto vivente lì c’è la luce di Dio e quindi in questo possiamo vedere che tutta la creazione è proclamazione di Dio perché nella creazione c’è la vita, frutto della luce. Nel corso dei secoli questa luce non è stata più vista non perché sia scomparsa ma perché noi uomini siamo diventati ciechi. Il problema è nostro e non tanto della luce che sia spenta, che Dio si sia allontanato o abbia abbandonato il mondo. Dio è sempre presente nella creazione, la manda avanti, le dà vita in ogni istante; è presente in ogni uomo fatto a sua immagine e somiglianza. Dio è presente lì dove c’è vita, dove ci sono i segni del suo amore e della sua bontà; il problema è che il mondo è rimasto accecato, è diventato cieco a questa luce. Non perché sia stata la luce a renderlo cieco ma l’uomo si è reso incapace a vedere perché cammina a testa bassa, è ripiegato su stesso a causa del proprio egoismo. Quando si cammina curvati non si vede la luce al massimo si può percepire qualche bagliore, la presenza di qualche fonte di luce che illumina. Siamo chiamati a rialzare il capo, a divenire meno egoisti, a non essere ripiegati su noi stessi per puntare il nostro sguardo sul volto di Cristo che è la luce che illumina il mondo e ogni vita umana. Solo così riusciremo a trovare l’uscita dal tunnel di questo mondo il cui principe è il demonio, che fa di tutto per farci sbagliare strada e trascinarci nel precipizio delle fiamme eterne.

Tutto allora dipende solo da noi perché se vogliamo continuare a camminare con la testa bassa, ripiegati su noi stessi, sulle nostre avarizie e meschinità non troveremo mai la strada del Signore. Abbiamo bisogno di scrollarci da tutti questi pesi, di liberarci di tutti questi fardelli per risollevare il capo e scorgere la stella del mattino che sorge ancora oggi, in questa Solennità del Natale, ad indicarci la via che ci allontana dal mondo delle tenebre per condurci verso la pienezza della vera luce.

Sereno Natale a tutti

 

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IV Domenica di Avvento anno A

ivavvb-5  Mt 1, 18-24

Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.
Però, mentre stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa “Dio con noi”.
Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.

Il Vangelo di questa Domenica ci aiuta a comprendere come Dio agisce nella vita di ogni uomo ed in particolare dei suoi fedeli come è Giuseppe che viene definito giusto cioè una persona che rispettava la Legge, quindi un figlio prediletto di Dio. L’agire di Dio si compie in due modi: nella vita quotidiana ordinaria e con circostanze straordinarie. Nella vita ordinaria Dio chiama a compiere la missione che si è chiamati a realizzare, nel caso di Giuseppe, egli svolgeva il suo lavoro di falegname realizzando la sua fedeltà a Dio in questa professione e nel vivere pienamente il suo essere religioso. Ci sono però momenti in cui Dio irrompe in maniera straordinaria creando delle circostanze che vanno al di fuori dell’ordinario; la vita di Giuseppe sembrava svolgersi nella normalità del vivere: il lavoro, il fidanzamento con una donna, la prospettiva del matrimonio. Dio fa irruzione nella vita di questo uomo  presentando situazioni non di facile comprensione e difficili da accogliere. In questo caso la presenza di un figlio non suo che destabilizza questo uomo a tal punto che, essendo giusto, matura nel suo cuore di non far lapidare Maria ma, come era pure previsto dalla Legge, di ripudiare in segreto la sua fidanzata. Infatti, essendo uomo giusto, probabilmente gli era rimasto qualche dubbio sul fatto che Maria, per come la conosceva, avesse potuto tradirlo con qualche uomo. Il ripudio come soluzione per il dramma di un uomo che si trova davanti ad un fatto concreto e nello stesso tempo non poter quasi accettare una eventuale colpa di Maria, così da farla condannare a morte con la pena della lapidazione prevista per l’adulterio. Nelle situazioni straordinarie dell’intervento di Dio, il Signore ci sostiene per aiutarci a comprendere che ciò che accade fa parte di un suo progetto.

A Giuseppe Dio invia in sogno un angelo per annunciare che quel bambino e quella futura moglie sono la realizzazione del suo disegno, coinvolgendolo in una realtà più grande rispetto all’ordinaria vita che si preparava per Giuseppe. Lo invita ad accogliere Maria come sua sposa pur lasciandogli sempre la libertà di decidere se acconsentire o meno. In questo avvenimento si manifesta la grandezza di Giuseppe che accetta di seguire la volontà di Dio perché, anche dopo il sogno, avrebbe potuto dire di no e rimanere nella ordinarietà di una vita, forse anche di una vita per nulla speciale e banale. Non avrebbe avuto questa esistenza straordinaria che Dio da e vuole dare a ciascuno dei suoi figli; Egli dà a tutti gli uomini la possibilità di avere una vita straordinaria e ciò avviene quando, oltre a compiere la sua volontà nella realtà quotidiana, si decide di accogliere il suo progetto negli avvenimenti che spesso ci superano. E così Giuseppe acconsente di vivere una vita straordinaria accettando di essere il padre putativo di Gesù, accogliendo questa donna e il suo bambino, frutto dello Spirito santo.

In questo Vangelo vediamo, dunque, l’agire di Dio e la libertà che lascia agli uomini di permettergli di fare nella loro vita opere straordinarie, se si decide di seguire la sua volontà. Così Giuseppe prendendo in casa Maria diventa lo sposo di una donna chiamata da Dio a qualcosa di veramente impensabile. L’invito di questa Domenica è quello di saper dire di sì a quegli eventi che possono accaderci nella nostra vita e che sono voluti da Dio per condurci a vivere l’esistenza in modo straordinario e non mediocre. Noi, invece, molto spesso davanti a scelte particolari rifiutiamo per paure e insicurezze perché la nostra coscienza non è aperta e disponibile all’accoglienza spesso per l’incapacità di saper fare un buon discernimento. Da quì l’importanza di una guida spirituale perché nei momenti più difficili e non comprensibili ci possa aiutare a fare discernimento.

 

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III Domenica di Avvento anno A

iiiavv-2  Mt 11, 2-11
In quel tempo, Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!».
Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: “Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via”.
In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui».

 

La risposta che Gesù da alla domanda posta da Giovanni, per mezzo dei suoi discepoli, non è una risposta secca affermativa o negativa, ma la offre attraverso le opere che sta compiendo e che rivelano la persona di Gesù. E’ la stessa risposta che, anche oggi, Egli continua a dare a quei nuovi carcerati, a quei Giovanni di oggi, che vogliono credere e che sono ben disposti ad aprirsi alla verità ma hanno lo spirito incarcerato dalla loro razionalità e dai loro ragionamenti ingabbiati dalla mentalità di questo mondo. Tutte quelle persone, cioè, che a causa dei loro studi e dei loro ambienti di vita possono essere condizionati, se non bloccati, dal riconoscere che c’è un Dio che opera anche oggi grandi prodigi. La risposta il Signore la consegna attraverso tutte le persone sante, tutti quei carismatici per mezzo dei quali continua ad operare miracoli offrendo, così, delle conferme a coloro che sono nei dubbi e in difficoltà nell’aderire pienamente al Cristo.

La seconda parte del Vangelo è anch’essa una risposta ma stavolta per quelle persone che possiamo definire pseudoreligiose e per le quali questi segni diventano occasione semplicemente di un turismo religioso. Soggetti che vanno alla ricerca di persone con doni particolari, che vanno alla ricerca di luoghi dove potrebbero accadere miracoli o segni spettacolari e ciò non tanto perché vogliono davvero crescere in una fede più profonda o per un desiderio di autentica conversione. Essi vanno perché spinti, forse, più dalla curiosità come sarà accaduto alle folle rispetto alla persona di Giovanni e che lo stesso Gesù sottolinea con la domanda che pone loro: «che cosa siete andati a vedere nel deserto?». Nel deserto bisogna andare perché spinti dal bisogno di conversione e di penitenza, così come indicava il battesimo di Giovanni; che cosa invece essi sono andati a vedere nel deserto certamente non un uomo vestito di lusso perché quello non è il luogo più adatto.

Essi sono andati realmente a trovare un profeta, anzi come sottolinea Gesù, il più grande dei profeti, il quale predicava la penitenza e invitava ad un battesimo di conversione?

Questo vale anche oggi, non tanto per coloro che possono avere difficoltà legittime nell’accettare i segni prodigiosi, difficoltà che il Signore riconosce e comprende, ma per coloro che sono mossi unicamente da una morbosa curiosità del religioso senza avere in realtà nessun desiderio di ricerca vera e soprattutto di conversione.

Il Vangelo ci offre in questo brano, in tal modo, due categorie di persone offrendo una chiave di lettura che capovolge le apparenze e richiama a riscoprire la purezza di intenzioni e cioè che non sempre sono bravi coloro che corrono dietro ai vari richiami religiosi e cattivi quanti avvertono la difficoltà a riconoscere i segni che il Signore offre. Gesù, infatti, dà una risposta che si pone in senso contrario richiamando coloro che, rischiano di andare dietro ai segni semplicemente per una soddisfazione personale senza però lasciarsi smuovere il cuore e cerca di sostenere la fede vacillante, come ha fatto con lo stesso Apostolo Tommaso, di coloro che stentano ad aprirsi ai segni prodigiosi.

Attenzione dunque a comprendere che cosa può spingerci ad andare dietro al miracoloso se la vacua curiosità e la vanagloria per vantarsi di esserci stati o la spinta interiore data dall’invito alla conversione e alla penitenza così come era stato richiesto da Giovanni: in tal caso certamente i miracoli servono per sostenere la fede di chi è in autentica ricerca.

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