ASCENSIONE DEL SIGNORE ANNO A

ascensionec-5Mt 28, 16-20
In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.
Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Nel Vangelo di Domenica ci viene detto del cammino degli Undici, un cammino che appartiene ad ogni cristiano e che esprime il desiderio di compiere la volontà di Dio.

Infatti gli Undici vanno sul monte che il Signore aveva loro indicato, accettando quindi di percorrere la strada che aveva loro indicato, la strada che Dio aveva deciso per loro. Nel vederlo si prostrano manifestando così una certa consapevolezza, una conoscenza di chi è Dio, di cosa abbia fatto per loro. Un po’ come avviene con tutti i cristiani i quali riconoscono il Signore, però come gli Undici dubitano perché ci si trova davanti alla realtà della fede. La fede non è certezza ma un voler credere in Gesù, un aderire in ciò che ci ha insegnato, e di realizzare ciò che ci chiede; questo non esclude che in alcuni momenti si possa dubitare e questo proprio perché se si avesse la certezza non sarebbe più fede. Il Signore che conosce sicuramente che questi dubitavano non interviene nel dubbio, non dà loro certezze ma affida loro una missione, affida loro un compito, rendendoli partecipi del suo stesso potere e ciò nonostante i loro dubbi di fede. La realtà che più importa è seguire la volontà di Dio e riconoscere che Gesù è Dio, e per gli Undici avviene per questo infatti si prostrano. Il Signore, dopo aver consegnato la missione di insegnare e battezzare, garantisce di essere con i suoi tutti i giorni fino alla fine del mondo. Dona la certezza di essere sempre con i suoi discepoli, con coloro che compiono la volontà di Dio; quindi, anche se in alcuni momenti si possono avere dubbi, non bisogna avere paura o timori, il Signore ci conosce e conosce le nostre debolezze, noi compiamo la missione che ci è stata affidata, portiamo avanti i nostri doveri consapevoli della Sua presenza nonostante i nostri dubbi.

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VI DOMENICA DI PASQUA

10-comandamenti  Gv 14, 15-21

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi.
Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.
Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui». 

 

Il cuore del messaggio del Vangelo di questa Domenica è l’osservanza dei comandamenti. Osservare i comandamenti equivale ad amare Gesù, il Signore lo ripete ben due volte anzi lega all’osservanza dei comandamenti la promessa di inviarci lo Spirito santo, il Paraclito cioè il difensore. Colui che starà per sempre con noi, che ci accompagnerà in questa vita, che ci aiuterà a scegliere e compiere le cose giuste, a camminare verso la santità. Tutto è legato all’osservanza dei comandamenti, i dieci comandamenti che trovano l’unica e piena realizzazione nel comandamento nuovo di Gesù, in quanto “amare Dio e amare il prossimo come se stessi” ha il suo pieno compimento in “amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”. Non è semplice, ovviamente, osservare i dieci comandamenti ma il Signore legge i cuori delle persone, a lui basta che ci sia in noi il desiderio e l’intenzione di farlo; poi con il tempo, con l’esercizio, anche con le stesse cadute, diventa sempre più facile perché la persona ha la capacità di conformarsi alle cose, alle persone, in questo caso al Padre, a Cristo, allo Spirito santo che è in noi. E allora se noi osserviamo i comandamenti man mano che andiamo avanti, nonostante le ricadute, diventerà sempre più facile anche il compiere quei comandamenti che, inizialmente, possono risultarci più difficili. Tutto sta ad iniziare, a prenderne consapevolezza, a indirizzare la nostra volontà verso questa decisione. Non avere idoli, benedire la nostra storia, dare il giusto peso ai nostri genitori, amare, aiutare chi possiamo, i dieci comandamenti riespressi in termini positivi allargano gli orizzonti del nostro spirito. Noi, spesso solo a sentir parlare di comandamenti ci lasciamo prendere dalla paura, ci spaventiamo, li riteniamo troppo difficili e soprattutto il riuscire a viverli in questo mondo nel quale viviamo. In realtà non è così perché quando decidiamo di viverli già il Signore in questa decisione immette la sua grazia per poterli far compiere facilmente e pienamente. Ecco allora che tutto dipende da noi, come volontà, ma tutto dipende da Dio come realizzazione; questa deve essere la nostra certezza che tutto dipende da noi ma con la consapevolezza che tutto dipende da Dio in quanto senza la sua grazia noi non potremmo nulla, senza il suo aiuto gratuito noi non potremmo nemmeno comprendere il significato delle stesse parole dell’omelia. Chiediamo, dunque, al Signore la grazia necessaria per poter, con la nostra volontà e il nostro sì, decidere di osservare i suoi comandamenti e quindi amarlo.

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IV DOMENICA DI PASQUA TEMPO A

ivpb-2Gv 10, 1-10
In quel tempo, Gesù disse:

«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore.
Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo.
Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

Il Vangelo di questa Domenica, solo nella misura in cui si legge in senso metaforico la presenza delle diverse immagini, diventa di chiara comprensione. Anche noi, d’altronde, senza la spiegazione di Gesù che ci fornisce la chiave di lettura del testo avremmo fatto fatica a comprenderlo. Gesù ci dice che lui è la porta attraverso la quale si entra e si esce; il recinto è il mondo nel quale vivono le pecore, i fedeli, l’umanità intera. Il guardiano è la Chiesa la quale apre i misteri di Cristo e permette solamente a chi entra nella vita in Cristo e vive, quindi attraversando la porta, pienamente in lui, egli dà la possibilità di diventare pastori. In questo senso i Vescovi, i sacerdoti che hanno questa vita in Cristo e lavorano per Cristo sono i pastori. Entrano nel mondo, prendono le pecore chiamandole ad una ad una e le portano nel luogo dove si pascola, fuori significa il paradiso, luogo dove si trova pienezza, soddisfazione e sicurezza esistenziale. La metafora di Cristo porta in tal modo diventa comprensibile, infatti se non si passa attraverso di lui, come alcuni guru hanno tentato e tentano di fare, non passando attraverso il mistero e la conoscenza della sua persona, vuol dire che sono semplicemente dei briganti. Essi non hanno in realtà l’interesse più importante che è la salvezza del popolo, la salvezza delle pecore. Questa metafora della porta ci fa intendere che cosa il Signore ci sta dicendo: il buon pastore è colui che in qualche maniera vive in Cristo perché passa attraverso la porta che è Cristo. Essendo venuto il Signore non per giudicare né per distruggere ma per dare la vita e darla in abbondanza ecco che questa vita in Cristo deve essere il frutto che danno i pastori, inviati a condurre le pecore da questo mondo al paradiso. Dare frutto e darlo in abbondanza: e questo fa la differenza tra il buon pastore e il cattivo pastore. Il buon pastore vive in Cristo portando frutto in abbondanza e donando la vita agli altri; il cattivo pastore non vive in Cristo perché passa altrove e il suo interesse verso le pecore è egoistico, personale e quindi bisogna starne lontani. Oggi, per antica tradizione romana, è la Domenica nella quale vengono ordinati i sacerdoti quindi è importante la preghiera per coloro che saranno ordinati presbiteri perché siano pastori che vivano pienamente in Cristo e possano portare vita in abbondanza. Preghiamo anche per le vocazioni sacerdotali di cui ne abbiamo grande necessità e perché siano sempre secondo quanto detto.

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II DOMENICA DI PASQUA ANNO A

iitoc-3Gv 20, 19-31
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Ascoltando il Vangelo abbiamo constatato come i discepoli prima, e Tommaso dopo, credono in Gesù dopo aver visto le sue ferite. Lo stesso Tommaso afferma di poter credere solo dopo aver messo il dito nel suo costato e aver toccato le sue ferite. Questo ci fa pensare che i discepoli possono credere che colui che si trovano davanti sia Gesù grazie alle sue piaghe. Il vedere questa realtà profondamente umana qual’è la sofferenza, il tipo di morte che ha vissuto questo uomo permette di riconoscere in lui il Figlio di Dio. Non tanto il fatto che sia apparso in modo soprannaturale, o che sia entrato a porte chiuse, di essere in mezzo a loro in modo prodigioso e di poter constatare il miracolo. Ma concretamente lo riconoscono attraverso i segni della sua sofferenza.

Questo è importante per noi oggi, non è il miracolo che ci permette di credere in Gesù Cristo, per quanto questo possa aiutare; non è l’evento eccezionale che ci converte ma il sapere che questa persona è morta, ha sofferto in maniera così cruenta per noi. Poteva anche non morire, poteva avere anche uno svolgimento diverso la vita di Gesù su questa terra. Invece è voluto morire per noi per cancellare il peccato, per redimere la colpa e ha voluto farlo in maniera umana, con le ferite nella sua carne. Questo suscita in noi quel senso di incredulità e stupore che ci permette di comprendere la profondità dell’amore che ha per noi rendendoci capaci di credere che è veramente Dio.

Quale uomo morirebbe in queste condizioni per me? Forse solamente mia madre? Uno sconosciuto è impossibile che possa morire così per me e questo permette di credere che davvero è Dio, è colui che mi ha dato la vita. Ha fatto ciò per non permettermi di perderla, per non dare possibilità al peccato di distruggermi; muore per me in tal modo solo colui che mi ha dato la vita, e che quindi mi ama così profondamente come una madre ama il figlio. Solo colui che può morire in questo modo per me è Dio. Ecco perché il vedere le piaghe del Signore, il mettere le mani nelle sue piaghe, è credere che davvero egli è Dio. Quindi non l’effetto miracolistico ma il fare esperienza concreta del suo amore per me, e per ogni uomo, fa scaturire la fede nel Signore risorto.

 

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DOMENICA DI PASQUA ANNO A

Resurrection by Raffaelino del Garbo, 1510Gv 20, 1-9

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

Nel brano del Vangelo di Giovanni ci vengono presentati tre personaggi: Maria Maddalena, Pietro e Giovanni. In essi possiamo vedere rappresentati le tre età, o tappe, della fede che corrispondono ad ogni uomo. La prima età, rappresentata da Maria Maddalena è quella della conversione nella quale l’anima è molto legata agli aspetti sensibili, presa soprattutto dagli aspetti esterni che la rendono capace di fare anche dei sacrifici enormi. Emerge in questa fase un forte idealismo che è tipico dei convertiti; pensiamo alla Maddalena che all’alba si reca al sepolcro, compiendo degli atti che chi è più avanti nel cammino di fede non fa. L’alba che fa vedere per prima la realtà grazie alla presenza della luce del sole che ancora, però, deve sorgere. Il convertito è così, egli vede per primo la luce che annuncia il sole che sorge, vede il Signore; allora pensa che è già pronto ad affrontare la realtà della vita ma non è così. Il rischio dei convertiti, infatti, è che trovandosi davanti al sepolcro hanno una vista fisica e non della fede, ed è il verbo usato per indicare come guarda Maria alla tomba, la quale invece di andare alla sostanza e a ciò che sta oltre, si ferma alla pietra, che indica una realtà pesante, dura incomprensibile. Di fronte a queste difficoltà l’anima appena convertita scappa. Maria Maddalena di fronte a tale situazione chiede aiuto rivolgendosi a Pietro e Giovanni, a persone cioè più avanti nel cammino di fede. Può, invece, esserci il rischio che persone appena convertite non chiedono aiuto e interrompono la relazione con Dio. Poi abbiamo Giovanni, un ragazzo giovane, che pur non rappresentando l’anima convertita è, però, un’anima giovane nella fede. Infatti, arriva prima al sepolcro quando forse il sole è sorto, rappresentando così l’entusiasmo della fede, ma anche lui guarda in maniera fisica. Ma non fermandosi alla pietra cioè non concentrandosi sui problemi, va più in profondità guardando dentro e cercando di affrontare le difficoltà e tuttavia si ferma ai lini stesi che in qualche modo saranno la soluzione. Non ha ancora la maturità della fede che lo renda in grado di andare oltre, però non è spaventato, non fugge. Poi abbiamo Pietro che rappresenta invece l’anima che ha una fede matura, non guarda i lini ma li contempla, cioè ha uno sguardo credente che mette in moto il suo cuore e la sua mente. E a quel punto vede anche il sudario, riesce a comprendere i particolari della scena: il sudario non è con i lini, ma è di lato piegato; ciò gli permette di fare una lettura di quanto è accaduto: il corpo non poteva essere stato trafugato ma il Signore era risorto. Questo elemento di contemplazione aiuta la fede matura a vedere ciò che a prima vista o con una fede giovane non è di immediata comprensione; nel caso di Pietro il verbo greco usato è propriamente il verbo del vedere della fede. Ed è il passo successivo che farà Giovanni, grazie all’aiuto che gli offrirà Pietro, il quale non scappando lo fa maturare nella fede, a differenza della Maddalena, e credere in Gesù Cristo risorto.

La meta della nostra fede è di giungere alla capacità matura di vedere la realtà con questo sguardo di Pietro. Di fronte alle difficoltà, alle problematiche della nostra vita, a tutto ciò che noi abbiamo seppellito nelle tombe delle nostre vite perché ci fanno male, in quanto sono situazioni morte che non vogliamo più vivere, noi dobbiamo fare come Giovanni. Chiedere aiuto a chi è più avanti nella fede e affrontare la tomba vuota, entrare dentro e con uno sguardo di fede credere che il Signore è risorto, che il Signore ha una soluzione per tutti i nostri problemi. E l’augurio di Pasqua è che tutti quanti possano raggiungere questo livello di fede.

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DOMENICA DELLE PALME ANNO A

palmec-2Mt 26.

Allora Giuda – colui che lo tradì –, vedendo che Gesù era stato condannato, preso dal rimorso, riportò le trenta monete d’argento ai capi dei sacerdoti e agli anziani, dicendo: D «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente». C Ma quelli dissero: A «A noi che importa? Pensaci tu!». C Egli allora, gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi. I capi dei sacerdoti, raccolte le monete, dissero: A «Non è lecito metterle nel tesoro, perché sono prezzo di sangue». C Tenuto consiglio, comprarono con esse il “Campo del vasaio” per la sepoltura degli stranieri. Perciò quel campo fu chiamato “Campo di sangue” fino al giorno d’oggi. Allora si compì quanto era stato detto per mezzo del profeta Geremia: «E presero trenta monete d’argento, il prezzo di colui che a tal prezzo fu valutato dai figli d’Israele, e le diedero per il campo del vasaio, come mi aveva ordinato il Signore».

Il brano di Vangelo di questa Domenica è un brano molto lungo e ci fa rivivere la passione del Signore secondo la versione di Matteo. Ci pone dinnanzi vari protagonisti e personaggi che sono presenti alla passione del Signore: Pietro, Giuda, Caifa, Pilato, Anna, Erode; e poi ancora Giovanni, Maria, etc. In questo anno vorrei soffermarmi in particolare su Giuda, una figura un po’ inquietante; Giuda, come sottolinea l’evangelista, è colui che lo ha tradito e che ad un certo punto, quando si rende conto che Gesù è stato condannato, viene preso dal rimorso. In realtà Gesù non è stato ancora condannato perché, sempre nel racconto di Matteo, la condanna avviene subito dopo l’interrogatorio da parte di Caifa nella sua corte; dovrà ancora essere ancora condotto da Pilato che lo condannerà a morte. È interessante come per Giuda, nel momento in cui decisero di farlo morire, il fatto era già compiuto anche se Pilato tenterà più volte di scagionarlo e poterlo liberare.

Per Giuda, però, questa condanna da parte dei sommi sacerdoti è una sconfitta, in qualche maniera forse egli si aspettava, a motivo dell’arresto di Gesù, un qualche cambiamento all’interno del Sinedrio, tra i notabili della religione. Diversi commentatori di questo brano della passione ipotizzano che, in effetti, Giuda non avesse tradito il Signore solo per i soldi ma avesse fatto questo atto sperando che incontrando essi il Signore, in qualche modo ci fosse una svolta più politica che religiosa. Quasi che da questo incontro i sommi sacerdoti potessero fare un accordo contro l’istituzione romana per dare il via alle ribellioni verso il potere romano come volevano fare gli zeloti, a cui apparteneva lo stesso Barabba. Cosa che avverrà poco dopo la morte di Gesù e che alla fine porterà alla stessa distruzione del tempio. Questa interpretazione ci fa comprendere che i fatti non sono andati come si aspettava Giuda ma in ogni caso si mette in evidenza che viene preso dal rimorso pentito dalla scelta fatta e questo è certo. Tant’è che cerca di restituire ai sacerdoti i soldi che gli erano stati dati e ammette di avere peccato perché in tal modo ha tradito sangue innocente. In questa situazione Giuda viene lasciato solo, non lo rassicurano né lo condannano ma semplicemente manifestano l’indifferenza totale. L’indifferenza è la peggiore situazione interiore come ci dice il Signore nel libro dell’Apocalisse: «poiché non sei né caldo né freddo, io ti vomiterò». Se lo avessero almeno consolato forse si sarebbe potuto rasserenare, o addirittura se lo avessero condannato o diffamato forse non si sarebbe suicidato ma avrebbe potuto alimentare in sé l’odio nei confronti dei sacerdoti.

Non sappiamo, ovviamente, quale reazione avrebbe potuto avere nell’uno o nell’altro caso ma certamente nell’indifferenza Giuda si ritrova letteralmente da solo, e come ci descrive Matteo, liberatosi delle monete che, evidentemente considera l’oggetto del peccato, si va ad impiccare. E questo è il problema di Giuda che se non si fosse impiccato ma avesse riconosciuto il peccato, si poteva redimere e quindi salvare. Giuda però poteva redimersi solo se avesse riconosciuto in Gesù il Figlio di Dio; per questo in lui non vi è la possibilità che Gesù possa perdonare e salvare, forse proprio perché non crede che egli è Dio. Lo considera un semplice uomo che avrebbe dovuto fare la rivoluzione politica ed è qui il suo dolore e la sua dannazione per cui viene definito figlio della perdizione. Ormai è completamente perso e invece di ricevere la salvezza finisce all’inferno diversamente dall’altro traditore Pietro che, invece, si pente e si salva perché accoglie il perdono del Signore. Tutta questa vicenda avvenuta duemila anni fa ci pone di fronte alla nostra vita. Anche noi rischiamo di pensare di essere, non solo padroni della nostra esistenza, ma anche di quella degli altri. È la situazione dell’uomo quando senza Dio, pone la sua fiducia solamente nei suoi progetti ma nel momento in cui questi falliscono si dispera. Non è possibile ricevere quella comprensione, quell’amore, quel perdono, che in realtà solo Dio può dare, e non gli uomini in quanto gli uomini possono perdonare solo l’offesa ricevuta ma non il perdono della colpa, l’offesa fatta a Dio. Di fronte ai nostri peccati, perché ricordiamoci che la trasgressione dei Dieci Comandamenti sono trasgressioni fatte a Dio non agli uomini, abbiamo bisogno della Confessione sacramentale, cioè di un’azione divina anche se con la mediazione umana del sacerdote. Giuda, getta i soldi perché la persona ha bisogno di gesti concreti che esprimano il suo volersi distaccare dalla colpa commessa; per tale motivo all’interno della Confessione viene data la penitenza che molto spesso è una penitenza spirituale ma, a volte, il sacerdote illuminato dalla grazia può dare delle penitenze materiali come in caso di peccati gravi.

Allora prepariamoci alla Pasqua ormai vicina non solamente con delle preghierine o confessandosi con se stessi ma prendendo su di noi il perdono di Dio che lo dona attraverso il sacramento e non con una parola detta da noi stessi su noi. E accogliendo la penitenza che Dio dà attraverso l’ispirazione che il sacerdote riceve per provare a soddisfazione di avere, tra virgolette, riparato l’errore fatto.

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V^ DOMENICA DI QUARESIMA ANNO A

ivqc-5Gv 11, 1-45

In quel tempo, un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. [ Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato».
All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». ] I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui».
Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!».
[ Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. ] Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo». ]
Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro.
Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, [ si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».
Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare».
Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui. ] 

Il pianto di Gesù sull’amico Lazzaro, di cui Giovanni nel brano del Vangelo ci racconta, è un pianto commosso e intenso. È il pianto che Gesù fa nei confronti di ogni uomo per la sua condizione di morte quando cade nel peccato, quando cioè a causa delle sue debolezze e fragilità, passa dalla vita alla morte. Accostandoci a leggere, infatti, questo brano in modo metaforico, in termini spirituali, Lazzaro rappresenta l’anima che a causa del peccato passa dalla vita alla morte ritrovandosi in un sepolcro chiuso, reso incapace di muoversi e ostacolato dalle bende che lo paralizzano, e dove dopo un po’ di tempo inizia a puzzare. Questa è la situazione di tutti quegli uomini e donne che, caduti in peccato mortale, non chiamano subito il Signore per essere riconciliati con lui, per ritornare ad essere persone vive. Non ricorrono subito al sacramento della Riconciliazione di cui la Chiesa, rappresentata da Marta e Maria che pregano e piangono per ogni uomo e per l’anima di ogni uomo, invita con forza a ricevere, proprio come le sorelle di Lazzaro che ricorrono a Gesù per la salvezza del fratello. La Chiesa è la mediazione indispensabile voluta da Cristo Gesù per offrire, attraverso il sacramento della Riconciliazione, il perdono del Signore che solo permette la rinascita, il ritornare alla vita di grazia. Nel sacramento della Riconciliazione è Gesù, è Dio che perdona, ma ciò avviene attraverso questa mediazione della Chiesa proprio come sono Marta e Maria ad accompagnare al sepolcro Gesù. Possiamo dire che grazie all’intervento liberatorio di Gesù, di Dio, l’uomo rinasce, e viene anche liberato dalle sue bende, dai legami che lo tengono prigioniero, conducendolo da una condizione deplorevole, che lo fa perfino puzzare, a ricevere nuovamente la vita. Il peccato sembra dare la sensazione di libertà ma in realtà è illusoria, perché il peccato rende schiavo perché immobilizza proprio come la morte fisica. Solo la potenza della parola di Dio può far rivivere l’anima imputridita dalla morte causata dal peccato mortale; è la grazia del Signore con il sacramento della Riconciliazione che trae fuori l’anima dalla condizione di morte e sepoltura per donarle nuovamente la vita.

Con questo brano accogliamo l’invito, in questa ultima tappa della quaresima, ad accogliere il dono del sacramento della Riconciliazione, rispettando, per il nostro bene e la salvezza della nostra anima, uno dei precetti della Chiesa che è quello di confessarsi e comunicarsi almeno a Pasqua per potere partecipare pienamente e con frutto spirituale alle feste pasquali.

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IV DOMENICA DI QUARESIMA ANNO A

iiiqc-5Gv 9, 1-41

In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita  e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.

Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!».Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so».
Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!».  Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!».
Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla».  Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.
Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui.  Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane». 

Il Vangelo di questa Domenica è un brano che ci parla di ciechi. Sono tutti ciechi non solo il primo che incontriamo che è un cieco vero, ma sono tutti ciechi dal punto di vista spirituale: è cieco quello che non ha la vista, sono ciechi i genitori, ciechi i farisei. Sono tutti ciechi perché non riescono a vedere, o addirittura non vogliono vedere la verità: Gesù Cristo. Il Signore, in qualche maniera, attraverso questa esperienza di guarigione vuole liberare dal pregiudizio che le malattie sono conseguenza del peccato: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco? [] Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio». Nello stesso tempo vuole guarire spiritualmente anche il cieco perché quando gli chiedono chi lo avesse guarito non lo sa, infatti non lo conosce non avendo ancora acquistato la vista spirituale. Lo conoscerà dopo, quando il Signore lo incontrerà successivamente e, attraverso il dialogo gli chiede se crede nel Figlio, concluderà con una solenne professione di fede.

C’è una guarigione della vista spirituale anche per lui, una guarigione che è graduale e che si comprende attraverso tutta la vicenda di questo cieco che nel brano viene narrato. Da quando il Signore gli spalma sugli occhi una sorta di poltiglia, poi va alla piscina a lavarsi come atto di purificazione; poi viene convocato dagli scribi a cui dà la sua testimonianza con coraggio, addirittura provocandoli, in modo ironico, chiedendo se vogliono convertirsi. E che sia un cammino pericoloso lo si comprende chiaramente anche dall’atteggiamento dei suoi genitori che si tirano indietro per paura. Il cammino della conversione è un cammino che richiede coraggio, richiede forza di volontà finché il Signore non lo rincontra ponendogli la domanda se crede nel Figlio dell’Uomo. Questo è il momento fondamentale perché è l’incontro personale con il Signore che gli dona completamente la vista sia quella degli occhi che quella spirituale; interessante notare che prima abbia acquistato prima la vista fisica e poi quella spirituale. Tutti gli altri che hanno la vista degli occhi non ricevono la vista spirituale, potevano avere la possibilità di riceverla per la gloria di Dio ma non la trovano. All’inizio abbiamo una situazione, data dalla presenza del cieco nato, che poteva essere salutare per tutti perché la sua situazione avrebbe permesso di manifestare a tutti la gloria di Dio, per i genitori e per gli scribi, diventa invece salutare solo per chi è cieco fisicamente cioè la persona più povera in spirito. Con questo brano siamo invitati accogliere tutte le occasioni che il Signore ci dà per acquistare, ogni giorno, la nostra vista spirituale. Il cammino fatto da questo cieco nato anche noi lo facciamo, un cammino dove nessuno ci aiuta, perché il cammino spirituale è un cammino personale dove è necessaria la nostra volontà per affrontare tutti i giorni i rischi che corriamo. Allora è con coraggio che dobbiamo proseguire il cammino nel quale, ogni giorno, il Signore Gesù ci chiede: tu credi nel Figlio dell’Uomo? E lì sta la nostra volontà e la nostra risposta, perché lì sta il nostro incontro con il Cristo. Tutto dipende da noi. In questa Domenica Laetare, cioè della gioia, ci sia in tutti noi la gioia di proseguire nel cammino spirituale per acquistare la vista spirituale e così incontrare il Signore ogni giorno.

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IIII DOMENICA DI QUARESIMA ANNO A

vpc-36Gv 4, 5-42 

In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani.
Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?».
Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua».  Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero».
Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».
In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». Uscirono dalla città e andavano da lui.
Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». E i discepoli si domandavano l’un l’altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. Voi non dite forse: ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l’altro miete. Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica».
  Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

Possiamo leggere questo brano im maniera spirituale immaginando  questo dialogo  tra Gesù e la Samaritana come il dialogo tra Dio e l’anima. Infatti questa Samaritana rappresenta l’anima che, al mezzogiorno della propria, vita si ritrova stanca, affaticata e accaldata, e avverte la necessità di dissetarsi. Accade ad ogni persona che finché è giovane non pensa ad una dimensione più profonda della vita, alla realtà ultraterrena. Arrivata ad una certa età, però, ne avverte l’esigenza. Il problema che emerge , molto spesso, è che non ci si disseta alla sorgente divina ma si va a dissetarsi a pozzi umani, a risposte umane, a idoli umani. Il Signore Dio, però, coglie il bisogno della nostra sete per farsi presente. Sta a noi accogliere questo dialogo, Gesù è il primo ad aprire questo dialogo con questa donna chiedendole da bere, così avviene anche per le anime. Il Signore è il primo che interviene e che suscita la domanda. Noi potremmo non essere corretti di fronte a tale domanda, a differenza della donna, potremmo far finta di niente e andarcene. Così fanno molte persone che di fronte alle domande di inquietudine che il Signore mette nella propria anima lasciano correre, non danno ascoltano. Altri invece si soffermano, iniziano ad approfondire, cercano di capire chi è che parla al loro cuore, alla loro anima. Il Signore, alzando sempre più il livello come avviene in questo dialogo con la Samaritana, cerca di far comprendere all’anima tutti i suoi errori. Ad esempio quello di avere avuto cinque mariti che rappresentano gli idoli che entrano nel cuore di ogni uomo; il marito, che è la figura con cui una donna crea una famiglia, una storia, un progetto di vita, si trasforma in idolo quando invece è ciò a cui ci si appoggia solamente. Il termine marito in ebraico, infatti, può significare anche idolo. Sono tanti gli idoli a cui l’essere umano rischia continuamente di affidarsi durante la sua esistenza, sperando di ricevere vita mentre essi la tolgono. Sbaglia continuamente nel momento in cui si affida a realtà che non durano per sempre e che risultano essere solo degli idoli. Quando il Signore fa sorgere in noi queste domande ed eleva sempre di più il discorso ci permette di comprendere questo e di arrivare a capire che la vita noi non l’abbiamo dalla cose fatte dall’uomo, da realtà umane, ma l’unico che può riempirci e dissetarci in questa vita è solo Dio. Allora in quel momento giunge la conversione dell’uomo, in questo dialogo così particolare ed interiore con il Signore, così come avviene per la Samaritana. Una volta convertiti, come la Samaritana, si sperimenta la gioia di avere incontrato il Signore e di aver ricevuto una pienezza che spinge ad evangelizzare e dire agli altri cosa ci è successo, come abbiamo incontrato il Signore e come ci siamo dissetati e come ogni giorno abbiamo la possibilità di dissetarci. L’augurio per questa Domenica è che quanto prima tutti si possa andare a dissetarei la propria sete, quella sete che è presente in ogni uomo, e nell’incontro con il Cristo dissetandosi avere una conversione reale della propria vita.

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II DOMENICA DI QUARESIMA ANNO A

 pasquab-4Mt 17, 1-9
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.

Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo».
All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.
Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

 

Nel Vangelo di questa Domenica Gesù prende Pietro, Giacomo e li porta su un alto monte, cioè li vuole condurre a vivere una forte esperienza di Dio. Desidera far vedere loro la sua gloria, far gustare quello che sarà la vita nell’altro mondo; tuttavia Pietro, si lascia vincere dalla sua umanità invece di gustare il momento che sta vivendo. Il testo, infatti, ci dice che Pietro prende la parola di sua iniziativa, quindi non è il Signore a interrogarlo, a chiedere di intervenire, ma lui con la sua volontà che intervine in un dialogo “dell’altro mondo”, seppur per manifestare la gioia della bellezza di trovarsi in quel luogo e suggerire così di fare tre tende. Sposta l’attenzione dall’essere, dal vivere l’esperienza  al fare qualcosa; ed è il rischio che si corre spesso, pensare che il fare sia molto più importante del vivere mentre ciò che richiede l’esperienza di Dio è il saper stare in atteggiamento di colui che riceve; questo rischio ci rimanda al brano evangelico dell’episodio di Marta e Maria, dove troviamo Maria che si sceglie la parte migliore cioè l’ascolto della Parola di Dio mentre Marta è indaffarata e si perde la parte migliore.

Qui Pietro si trova in una situazione straordinaria di contemplazione, dove è chiamato semplicemente a vivere e gustare questa esperienza. Invece si lascia prendere dalla sua intraprendenza, dal suo voler fare qualcosa per mettere del proprio volendo partecipare alla gloria di Dio mediante una sua collaborazione. Il SIgnore, però, non vuole questo perché Egli ci dona tutto gratuitamente; Dio non ci chiede nulla in cambio per partecipare alla sua gloria ma solamente di stare, anzi ancora qualcosa di più importante e cioè di ascoltare. Infatti il Padre stesso interviene affermando «questi è il Figlio mio, l’eletto, ascoltatelo!», è l’unica cosa che Dio Padre ci chiede, di stare in ascolto, di prenderci la parte migliore e fare davvero come Maria. All’udire questa voce rimangono tramortiti, spaventati perché se non si è abituati ad ascoltare nel momento in cui ciò avviene si rimane sorpresi, impauriti, quasi immobilizzati dal panico. Ecco allora Gesù che interviene rassicurandoli «non temete», li riporta alla vita ordinaria facendoli scendere a valle. Chiede loro di non dire nulla dell’esperienza vissuta perché della gloria di Dio, della sua contemplazione non è possibile comunicare nulla a voce ma solo trasmetterla come testimonianza di vita. Allora sì che come conseguenza si ha il fare, cioè dopo che si è contemplato, dopo che si è ascoltato, scendendo dal monte arriva il nostro momento di agire; dopo aver vissuto l’esperienza intima e profonda di relazione con Dio allora è giusto fare, operare. Non fare tre tende, tant’è che l’evangelista Luca, nel Vangelo parallelo a questo, ci dice che Pietro non sapeva cosa dire perché era una sciocchezza ciò che voleva fare, ma qualcosa di meglio: comunicare la Parola di Dio che si è ascoltata e contemplata grazie ad un dono gratuito del Signore. Ancora una volta ritorna l’invito a nutrirsi della Parola di Dio così com’è emerso Domenica scorsa per sfuggire alle tentazioni di Satana. Oggi si è esortata a nutrirsi della Parola di Dio per contemplare la sua gloria, per lasciarsi riempire di essa e poi poter agire nel mondo.

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